Cultura
Scuola, il tetto del 30% voluto dal governo è una misura necessaria: smontiamo le bufale della sinistra

Il tetto del 30% introdotto dal Governo per la presenza nelle classi degli studenti stranieri di più recente inserimento nel sistema scolastico italiano è una misura assolutamente necessaria, al di là delle solite polemiche faziose e ideologiche della sinistra. E i dati pubblicati dal Sole 24 Ore fotografano una realtà che dobbiamo analizzare senza pregiudizi.
Tra l’anno scolastico 2019/2020 e il 2024/2025 gli studenti senza cittadinanza italiana sono aumentati del 10,13%, mentre nello stesso periodo gli studenti italiani sono diminuiti dell’8,27%. Un andamento legato anche alla crisi demografica, che sta modificando profondamente la composizione delle nostre scuole e che in alcune aree della Nazione vede delle concentrazioni particolarmente elevate.
Prato è oggi la provincia italiana con la maggiore incidenza di studenti senza cittadinanza italiana, pari al 29,4%, seguita da Piacenza con il 25,7%, mentre Firenze è al 22° posto con il 17,5%. E mentre le percentuali più alte continuano a concentrarsi soprattutto al Centro e al Nord, negli ultimi cinque anni gli incrementi più forti si registrano anche in diverse province del Sud.
Sono dati che dimostrano quanto sia sbagliato continuare a trattare il tema come se mettere delle regole significasse essere contrari all’integrazione. È vero esattamente il contrario, perché per integrare davvero bisogna evitare concentrazioni eccessive e creare le condizioni perché chi arriva in Italia possa imparare bene la nostra lingua, confrontarsi con i propri coetanei e inserirsi nella comunità.
Il provvedimento del Governo, tra l’altro, è molto meno semplicistico di come viene raccontato. Il limite del 30% non riguarda indistintamente qualsiasi ragazzo con cittadinanza straniera: nella scuola primaria si applicherà agli alunni non nati in Italia o che non abbiano frequentato almeno due anni della scuola dell’infanzia italiana, mentre nelle scuole medie e superiori riguarderà chi non abbia frequentato con esito positivo almeno tre anni nel nostro sistema scolastico.
Il criterio, quindi, tiene conto proprio del percorso di integrazione già compiuto.
E anche su questo i numeri riportati dal Sole 24 Ore dovrebbero far riflettere. Nei test Invalsi di italiano, in quinta elementare, tra gli studenti italiani e quelli immigrati di prima generazione emerge uno scarto di circa 40 punti. In seconda superiore la distanza si riduce, ma circa il 65% degli studenti immigrati di prima generazione non raggiunge ancora livelli adeguati di competenza in italiano, contro circa il 36% degli studenti italiani, e questo è un problema reale.
Una buona integrazione non si realizza mettendo insieme tante persone nella stessa aula e facendo finta che le differenze linguistiche non esistano, ma accompagnando seriamente gli studenti che hanno maggiori difficoltà senza compromettere la qualità della didattica per tutti.
Il nuovo limite non serve quindi a dividere gli studenti, ma a distribuirli in maniera più equilibrata tra le scuole, evitando che tutto questo si concentri in alcuni istituti. Non possiamo lasciare dirigenti scolastici e insegnanti soli davanti a fenomeni demografici che negli ultimi anni sono cambiati rapidamente.
Un sistema scolastico serio deve fissare delle regole e mettere la conoscenza della lingua italiana al centro del percorso scolastico, che non significa discriminare nessuno. Significa dare a tutti, italiani e stranieri, maggiori possibilità di imparare, integrarsi e crescere.
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